Napoli , 27 gennaio 2002

Mathelda Balatresi è una donna bruna, con occhi vivaci e un’accattivante voce toscana. Mi accoglie nella sua casa-studio dove subito vedo alle pareti, o sistemati con cura gli uni accanto agli altri, tele e disegni grandi e piccoli, colorati e monocromatici, ma il suo parlare spontaneo già mi cattura prima che io possa chiederle di questa o quell’opera.

 

Il mio ultimo lavoro è sulla guerra e sulla pace.Ho cominciato con la guerra in Bosnia, che mi faceva orrore, mentre osservavo che la bellezza dei paesaggi rimaneva inalterata. Vedevo il fumo, il fuoco e tutto mi sembrava bello, perfino i campi abbandonati dai profughi avevano la loro bellezza. Allora scrissi una serie di osservazioni sui buoni e sui cattivi, cominciando dal primo uomo che compariva sulla terra che ne ammazzava un altro, e poi prosegue nelle atrocità di ammazzare gli animali per appropriarsi della loro pelliccia, della loro carne; questa pratica della crudeltà sugli esseri umani, sugli animali, sulla natura, mi annienta.

 

E come hai rappresentato l’idea del bene e del male?

Ho disegnato una moltitudine di volti, "I buoni e i cattivi", ma questi volti non dicono chi sia il buono e chi il cattivo. Facendo i disegni a testa mia, a mente, quest’estate mi venne sottomano un giornale dove c’era una faccia angelica di ragazzo che era uno stupratore di bambini. Questo per dire che il taglio netto di buono e cattivo non esiste.

 

 

 

Il bello nel brutto e viceversa?

Vedi, ho disegnato anche moltissime mine antiuomo, di ogni forma e specie, ognuna di loro in un fiore diverso. La cosa più orribile in quella più bella.

 

 

 

 

Come non sentirsi impotenti, inutili, sbagliati?

Si soffre, ma io imperterrita ho lavorato sempre.Mi domando sempre il dolore, anche quello degli animali, che cos’è , che sostanza ha, che qualità, da dove viene, dove va a finire e l’ho immaginato come una montagna stratificata. Il dolore che sta alla base diventa sempre più stretto, sottile, ma non finisce mai. Quando lo stavo completando gli aerei hanno buttato giù le torri a New York. Insieme alla montagna di dolore ho dipinto il pozzo di saggezza, che non ha quei colori accesi, forti, del dolore. In genere attrae di più ciò che riguarda il dolore. Il pozzo ha la forma della montagna capovolta e ci si entra dentro, ha un senso di profondità.

Non c’è violenza però nel tuo tratto, non trasmetti inquietudine o angoscia.

Ti mostro un paesaggio di guerra, con i corpi per terra e anche in cielo, dove non c’è scampo. Lo vedo come un fatto senza speranza, troppo terribile, ma voglio ugualmente dargli una bellezza, anche formale. Non sono espressionista sono toscana e deve essere tutto molto contenuto, non posso esprimere un dolore con corpi e facce deformate, non mi riuscirebbe. Non dico sublimare il dolore perché il dolore non si può sublimare, ma si può rielaborarlo con un distacco apparente.Come si fa a sopportare questa cosa?

 

 

 

Si può provare a condividerla; spesso parlare della sofferenza mitiga la sua intensità.

Con le donne ho fatto spesso quest’esperienza di condivisione, di partecipazione. Le donne si riconoscono in certi mie lavori, anche se non saprei dire perché piacciono. Forse le donne mi capiscono perché io sento quello che loro sentono, non è un sentimento unico e raro. Questa figura l’ho dipinta quando lapidarono una donna in Arabia e le ho fatto questo quadro dove sta per essere uccisa, lei in un tirassegno. Come al solito, non ho voluto rappresentare il dramma.

Come ci si cura dai dolori che l’esistenza inevitabilmente porta con sé?

Per me l’arte è una cura. Ci sono nata, mi sono sempre vista così, una che disegnava, dipingeva. La mattina mi sveglio e la prima cosa che voglio fare, come ipnotizzata, è andare al tavolo da lavoro o al cavalletto. Non mi va di fare altre cose, perché sto molto bene quando dipingo.

Come se il tuo tempo interiore ed esteriore fosse destinato esclusivamente alla pittura, un po’ con un senso di religiosità.

Sì, infatti potrei dire che anche la mia vita è monastica, dedicata totalmente a questa cosa, non mi voglio far distrarre da niente. Non voglio rinunciare a questa passione, mi paragono ai grandi artisti ed è un entusiasmo totale che non mi manca mai, mi commuovo se penso a questo fatto, mi sembra troppo bello.

E come concili questa passione con le necessità e le incombenze della sopravvivenza?

Gli ostacoli, le vicissitudini ci sono, i problemi economici ci sono. Ho una pensione di insegnante, in quanto ho insegnato educazione artistica alle medie, anche se mi sarebbe piaciuto insegnare all’Accademia: pittura, o scuola del nudo.

A Napoli?

Sì, a Napoli. Ci sono venuta da ragazza. Da bambina abitavo a Figline Valdarno. Figline era circondata da colline coltivate, con tratti di boschi e biancospini e primule. C’era poi, in paese, la chiesa gotica di San Francesco, affrescata da Francesco d’Antonio e io andavo lì per vedere questi affreschi.

Cosa ti affascinava, già così piccola?

Sicuramente il dipingere come mestiere. Io sono impastata di questa gente, e il fatto che avessero la bottega me li fa immaginare totalmente immersi nell’attività di dipingere, come se la sentissero di più.

Qual è il tratto o la scuola che preferisci?

Amo il trecento senese poi Caravaggio, Goya, Rembrandt. E Piero della Francesca.

Quando vidi la sua Madonna del Parto a Monterchi dipinsi la donna che partorisce i suoi quadri, con la mano sul fianco, proprio come quella della Madonna di Piero.

In Piero c’è l’anima toscana che è profondamente dentro di me, vedo nelle sue figure la dignità dell’uomo.

Perché lasciasti l’amata Toscana?

Venni a Napoli poiché mio padre vi fu trasferito. Era il periodo del dopo guerra e l’impatto fu spaventoso. Ma Napoli mi piace per certi versi e mi ci sono affezionata. Ma non sono più ritornata in quei posti dell’infanzia.

E come ti trovasti nel mondo dell’arte?

Ti rispondo con un quadro. Questa è l’artista ibernata che è significativo della mia situazione, è del 1993. Il mio ambiente mi considera ibernata o non mi considera proprio. Mi sono dipinta con un senso di pietà. Il dolore è molto forte ma non lo voglio far prevalere perché annienta, crea conflittualità.

Riesci comunque anche ad essere molto ironica nelle tue opere, hai spirito.

Guarda questo quadro, l’ho titolato "Divino barocco: Teresa non è in estasi". E qui ricevo una visita, è Zeus che mi viene a trovare, ma io non lo faccio entrare. E’ un quadro ispirato alla Danae di Tiziano, ma questa Danae non c’è, è uscita: "Zeus, vattenne!".

E questi raggi richiamano quelli del Bernini?

A quell’epoca dipingevo tutti avvenimenti che avvenivano nella mia casa. Gli elementi venivano dentro casa, da me. Il Vesuvio veniva da me, la città entrava nella mia stanza. Il fulmine, il cielo, la pioggia, il vento, erano tutti eventi nella mia casa.

Questo con il fuoco dietro la porta, con questi scoppi mi dice di qualche pericolo ma anche di qualcosa di affascinante, non soltanto di pauroso. Entra anche l’acqua nella casa. Questa è la casa che scoppia, quando ci fu il terremoto nel 1980.

Il Vesuvio sul seno sinistro c’è spesso. In una poesia scrissi che dipingevo in una stanza senza finestre, ed il Vesuvio sul mio seno sinistro.

Oltre a dipingere, spesso scrivi. Fai anche sculture?

Sì, lavoro il legno e ho la scatola dei fulmini. Ne feci in quantità.

Come mai?

Il potere è il significato dei fulmini, e io facevo finta di appropriarmene. All’epoca Giancarlo Savino promosse l’iniziativa degli studi aperti. In quell’occasione proposi di fare dei grandissimi fulmini da mettere nei luoghi adatti. Era un gioco contro il potere, un potere che non ho. Io non ho mai ambito al potere, mi piacerebbe qualcosa di più equilibrato. E’ naturalmente una vanità e alla fine non riempie l’anima, specie se lo eserciti male, per opprimere o dare fastidio.

E’ arduo e faticoso sottrarsi alle sue dinamiche.

Io voglio partecipare, però voglio avere anche una sorta di libertà, non a caso vivo sola, mi piace. Ma non so ancora libera che cosa significa. Ormai la mia testa è libera, sono esperta a non farmi coinvolgere in tante cose, ma ho diverse paure poiché anche se vivo quasi isolata tutto mi raggiunge e ho molto terrore di non riuscire a non farmi condizionare. Il condizionamento mi dà molto fastidio e allora sto sempre molto attenta, analizzo e cerco di comprendere tutto.

Per questo ti sei raffigurata come Atena, la dea della sapienza, mentre ti appropri dei famosi fulmini... Vedo che ti piace la mitologia.

E già! Quando insegnavo in classe mi divertivo a raccontare sempre qualche "favola", un mito; sono le nostre radici, più del cristianesimo che ci ha soffocato. Perché non dobbiamo godere delle cose belle della vita? Fare l’amore è bellissimo, il peccato mi opprime. Sono rimasta con quest’educazione incombente e invece le nostre più antiche radici di paganesimo hanno i loro valori molto vitali.

Che rapporto hai con la religione?

In verità nessuno. Sono accattivata dalle magie che la vita ci riserva, questo sì; mi piacciono le sorprese. Ad esempio, questo disegno racconta di una mia visione a Capri, quando saltò un tonno scintillante e meraviglioso e lo vidi solo io. E non è il solo "segno" che ho dipinto. Un giorno vidi un piccola foto in bianco e nero sul giornale della giubba dell’Asburgo ucciso a Sarajevo nel 1914; era dentro una bacheca e per me era molto significativa. L’ho dipinta negli anni settanta, vent’anni prima che scoppiasse il conflitto nell’ex Jugoslavia.

E questo era un cortile di casa mia a via Tasso dove quell’albero non c’era. Io l’ho dipinto e poi l’albero è cresciuto proprio dove l’ho immaginato. E’ stata un’emozione.

Ti piacce il verde, hai un bel giardino, florido e curato.

Ho una passione per i fiori, vedere nascere le piante. Il mare lo considero un po’ sensuale e ora sono un po’ vecchia per amare il mare come lo amavo prima. Comunque ho ancora dipinto un mare di passione, ma più del paesaggio mi piace la figura umana. Mi riesce facile e bene, non ho mai bisogno di modelli.

Quando pensi di fare una mostra dei tuoi ultimi lavori?

Non posso dire di avere difficoltà ad esporre eventualmente, ma non succede spesso e nella città di Napoli non è facile anche perché ho passato l’età e nessuno viene a vedere le cose che faccio. Non ci provo nemmeno perché si matura un certo orgoglio. E poi il mercato e i meccanismi economici mi lasciano distaccata, indifferente.

Negli anni settanta ci fu una bella mostra intitolata "Viaggio a Venezia" nella galleria di Lucio Amelio a Napoli.

Sì, uno dei quadri significativi si chiamava "Leva l’occasione" che era una cosa che mi diceva sempre mia suocera e mi faceva talmente innervosire…

"Leva l’occasione" cioè sta’ buona al posto tuo... Non è accettabile l’idea della donna tutta presa dalla cura del marito e soffocata nelle proprie aspirazioni, senza diritto di parola.

Infatti. Molte donne rinunciano alle proprie passioni e si dedicano totalmente agli altri. Mentre io trovo assolutamente vitale potersi esprimere e lasciare andare le proprie ispirazioni. Questo è il ritratto del mio emisfero destro che presidia la fantasia, l’artisticità; ho fatto allora questo fulmine, questa elettricità che mi passa nel cervello. Io a volte mi sento dei fulmini che mi passano così, e mi piace molto.

Cosa hai immaginato per rappresentare la femminilità?

Nelle viscere della terra ho inserito un’immagine simbolica che si trova in mano ai 4 Evangelisti affrescati nella chiesa di S. Angelo in Formis a Capua. Questa terra come utero protettivo, che crea, da cui esce fuori qualcosa la intendo come forma della profondità e della sensualità delle donne. Io nella terra ci immagino un utero.

Ma la donna spesso è sfruttata, illusa. Questi ad esempio sono sull’amore ingannevole. E’ una protesta: l’amore che ci dite che è dolce non è vero per niente. Ho fatto diversi quadri dove facevo delle immagini di donna prese dalla moda, dalla pubblicità, ripetuta molte volte.

Questa replica di una stessa immagine l’hai già fatta in altre occasioni.

Il quadro si chiama "Cartolina dal Vesuvio" e vi ho rappresentato il vulcano che si ripete e diventa sempre più piccolo. E’ un quadro che ha la sua importanza, rappresenta per me il Vesuvio come icona.

E tu, oltre che con un fulmine in testa, come ti sei ancora rappresentata?

Con un’opera che è un quadro di passaggio, un mio grande ritratto mentre dipingo in movimento. Non l’ho mai esposto, è privato. Mi piace perché mi dice delle cose.

 

Mi piacerebbe sapere cosa le dice, così come vorrei, forse in maniera infantilmente curiosa, chiederle quanti anni ha, ma non importa; il suo compleanno lo ha passato a disegnare....